La noia: affetto chiave del disagio giovanile e attuale

             Pierina Melella, Psicologa-Psicoterapeuta  A.U.S.L. Reggio Emilia                            

            Cristina Ondolfi, Psicologa, Reggio Emilia

 (l’articolo  è stato pubblicato dalla rivista scientifica“Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza” (2004)vol 71:245-254-Borla Editore)

“Il medico mi ha detto: lei è il classico caso di homo melancholinus. Ma Durer ha disegnato la malinconia seduta, ho obiettato, per la malinconia ci vuole una sedia. La sua è una malinconia differente, ha sentenziato lui, è una malinconia mobile.” (Antonio Tabucchi,2001)

Excursus  storico-letterario 

La scelta di affrontare l’argomento della noia nasce dalla constatazione che negli ultimi anni sempre più spesso attraverso i giornali e i mass-media molti fatti di cronaca e fenomeni sociali soprattutto riguardanti i giovani (guida in stato di ebbrezza e quindi stragi del sabato sera, abuso di droghe, abuso di alcool, furti, violenze, omicidi, corse in macchina), vengono ritenuti il risultato di uno stato di noia. La noia è frequentemente considerata espressione di un diffuso malessere che a volte trova manifestazioni o sfoghi forti ed eclatanti suscitando a seconda dei casi, stupore, disagio, raccapriccio. Ma che cos’è in definitiva la noia? Può davvero legarsi a fatti di cronaca gravi o comunque all’insegna della devianza e dell’aggressività? E la gioventù di oggi si può considerare più predisposta e più colpita da questo vissuto? Il nostro lavoro si propone di cercare di fare chiarezza e in una prospettiva psicoanalitica di dare una risposta a questi quesiti.

Nell’analizzare la tematica della noia la prima cosa che appare abbastanza evidente, sottolineata da quasi tutti gli autori che se ne sono occupati è l’importanza marginale che essa ha rivestito nel tempo all’interno della letteratura psicoanalitica e psicopatologica senza trovare una collocazione precisa. Le cause addotte per spiegare ciò si riferiscono alla natura stessa della noia, sentimento comune e banale, vago e ineffabile, elusivo e sfuggente, e al suo imporsi come tonalità affettiva della normalità. Si aggiunge poi secondo molti autori un’altra sua caratteristica, rappresentata dal manifestarsi spesso sotto mentite spoglie, dietro comportamenti reattivi come l’abuso di alcool o di droghe, l’assenteismo sul lavoro, l’infedeltà coniugale. Agamben (1977) afferma che: ‘come spesso avviene, il fraintendimento e la minimizzazione di un fenomeno lungi dal significare che esso ci è remoto ed estraneo, sono invece indizio di una prossimità così intollerabile da dover essere camuffata e repressa’. Osservando poi i numerosi epiteti riferiti alla noia, da ‘patologia della normalità’ di Fromm (1975) a ‘malattia del nostro tempo’ di Crocetti (1996), o ‘ossessione persistente del XX secolo’ di Kohut(1976), notiamo come tutti evochino aspetti di gravità e di collettiva diffusione.

La generale indifferenza e la mancanza di ricerche sperimentali appaiono quindi ingiustificate in tale contesto e stridono con l’abbondanza di materiale che sulla noia possiamo invece ritrovare in ambito letterario e poetico. Qui infatti la noia ha una storia lunga e complessa, che risale fino al Medioevo; pur non appartenendo specificatamente alla psicoanalisi questo materiale è comunque un importante punto di riferimento non solo perché è l’unico che abbiamo fino ad una certa epoca, ma perché è una preziosa fonte per comprendere come gli uomini hanno vissuto ed affrontato la noia nel passato, per trovarne delle somiglianze con l’attualità e degli spunti di approfondimento.

La noia compare per la prima volta come fattore rilevante all’interno del monachesimo, fenomeno spirituale e sociale del XII e XIII secolo con il nome di acedia (dal greco ‘a- kedos’ = assenza di dolore). Indicata spesso col suggestivo epiteto di ‘demonio del meriggio’, era ritenuta un vizio che affliggeva irrimediabilmente i monaci del deserto i quali ricercando nella meditazione e nella lontananza dalla mondanità, la fusione con Dio e la perfezione morale si ritrovavano invece a condurre un’esistenza vuota, misera, monotona nella scansione degli esercizi spirituali e nell’uniformità del paesaggio desertico. Ciò che la caricava di un peso morale negativo era il fatto di impedire ai monaci di concentrarsi nella preghiera e di assolvere ai loro compiti. Il primo aspetto che fin da adesso viene sottolineato e che sarà poi ripreso dalla psicoanalisi riguarda il legame fra noia e desiderio: l’acedia non è la cessazione del desiderio ma il divenire inattingibile del suo oggetto; l’accidioso si rende conto che non potrà avere l’oggetto ma non smette di desiderarlo.

La noia è destinata a perdere la sua connotazione religiosa solo nel 500 divenendo oggetto di studio della medicina rinascimentale con la denominazione di melanconia. La sintomatologia descritta nei trattati è già ‘moderna’: solitudine, irrequietezza della mente, distrazione; ma accanto a rimedi altrettanto moderni, che consistono nel frequentare persone attive, compagnie allegre, nel rendere l’ambiente più stimolante, vengono proposti medicamenti con erbe speciali rivelando che essa viene classificata essenzialmente come malattia organica la quale solo in conseguenza di alterazioni organiche produce dei sintomi ‘psichici’. Tra 700 e 800 con la denominazione di spleen, tedio, e infine l’attuale termine di noia, essa diviene sintomo essenziale del ‘male di vivere’ cioè della crisi esistenziale dell’uomo moderno. In ambito medico viene definita come ‘forma cronica e immotivata di disaffezione alla vita’, mentre nella letteratura e in poeti come Leopardi, Baudelaire, Flaubert, Verlaine diventa l’emozione lirica per eccellenza, espressione del divario fra illusione e realtà, tra sogni illusori e esiti fallimentari, conseguenza inevitabile del doversi adattare ad un mondo volgare e banale che delude il desiderio illimitato di piacere insito nell’uomo. Come nel Medioevo la noia torna ad essere la conseguenza dello scontro dell’uomo con i suoi limiti e la sua finitezza, l’incapacità di accettare la propria mancanza di onnipotenza. 

Nella ricerca scientifica la noia non solo è stata poco studiata ma ha faticato a trovare una propria autonomia e identità; spesso è stata ricondotta a fenomeni quali la neurastenia, la psicastenia, l’affaticamento, a volte è stata fatta sconfinare in emozioni contigue, denominata a seconda dei casi patologia del carattere, sistema motivazionale perverso, disturbo affettivo minore, fenomeno biologico determinato geneticamente, fenomeno clinico e psicosociale, costrutto affettivo e cognitivo, sintomo o stato psicopatologico. Essa ha soprattutto avuto della difficoltà nel differenziarsi dalla depressione di cui a volte è stata considerata semplicemente un sintomo altre volte una manifestazione di minore intensità. Oggi ci sono invece molti autori che depongono a favore di differenze qualitative non solo quantitative fra i due stati.

A conclusione di queste considerazioni sul passato della noia si può affermare che questo lavoro rivolgendosi al ‘presente’ si pone come tentativo di ‘fare il punto della situazione’ confrontando le differenti opinioni sulla noia in ambito psicoanalitico per trovare, attraverso un’elaborazione personale, eventuali punti in comune che contribuiscano a dare di tale emozione una visione più univoca senza eccessive semplificazioni. Intende però anche cercare di approfondire gli aspetti citati all’inizio, cioè il legame che la noia stabilisce spesso con le condotte devianti, con la violenza e l’aggressività per poi analizzare come tutto questo assuma maggiore rilevanza e forse anche maggiore pericolosità negli adolescenti.

Excursus clinico-psicoanalitico

Il nostro lavoro trae origine dall’osservare e dal constatare che sempre più spesso oggi, soprattutto attraverso i mass- media, vari fatti di cronaca e a volte veri e propri fenomeni sociali come l’alcolismo o l’abuso di droghe tra i giovani o altre condotte a rischio sono associati ad un vissuto di noia. E’ opinione diffusa che i giovani si annoiano; la noia viene considerata espressione di un malessere diffuso che a volte senza creare scalpore può indurre comunque il giovane ad assumere stili di vita rischiosi per la salute e la propria vita soprattutto nell’ambito del divertimento altre volte può anche trovare sfoghi forti che finiscono poi sulle pagine del giornale suscitando nell’adulto stupore, impotenza, raccapriccio. Ma la noia, all’apparenza sentimento che induce alla passività e alla mancanza di iniziativa può davvero giustificare questi comportamenti autolesivi o devianti o la noia nasce da una lettura superficiale di questi fatti? Che cos’è in definitiva la noia? E i giovani oggi possono considerarsi più predisposti alla noia rispetto al passato? Esistono fattori che possono predisporre a questo vissuto e alle sue conseguenze più distruttive? Il mio lavoro ha cercato un approfondimento e una risposta in una prospettiva psicoanalitica a queste domande.

Fin dall’inizio ho dovuto constatare quanto la noia sia da sempre ai margini della riflessione psicopatologica e psicoanalitica e non ha tuttora trovato una definizione specifica né una collocazione precisa. Come spiegazione di questo fatto gli autori chiamano in causa le caratteristiche della noia stessa cioè il suo carattere elusivo e ineffabile e il suo frequente manifestarsi sotto mentite spoglie cioè dietro comportamenti reattivi. Nel lavoro clinico sono frequenti i contenuti di noia nella consultazione con adolescenti, Carla 16 anni, “Mi stavo annoiando anche a scuola, a casa c’erano già discussioni… questi adulti mi facevano annoiare. Sono uscita da scuola con un’amica, abbiamo comperato pasticche ed alcool. Ci siamo stonate e mi sono sentita meglio.”

  La noia ha inoltre faticato e fatica tuttora a trovare una sua autonomia e identità rispetto alla depressione di cui viene considerata o un sintomo o una forma minore. Ciò può dipendere dal fatto che su un piano fenomenico esse sono assai simili: entrambe rappresentano stati spiacevoli e dolorosi, con un abbassamento del tono dell’umore, una disaffezione alla realtà o alla vita, una mancanza di motivazione, un senso di prostrazione. Tuttavia in una prospettiva più profonda che analizza i meccanismi e le dinamiche sottostanti i due vissuti si può notare come in realtà esistano delle sostanziali differenze anche se non c’è molto accordo su quali siano queste specifiche differenze. Esistono autori che si sono limitati ad individuare delle differenze di ordine qualitativo per cui nella loro visione i meccanismi coinvolti sarebbero gli stessi ma con intensità diversa. Sono di questa idea ad esempio Bibring (1953) il quale descrive la noia e la depressione due stati di inibizione mentale che seguono ad una ferita narcisistica, ciò che le distingue è il differente coinvolgimento dell’autostima che nella noia non sarebbe coinvolta. Per Green (1975) e Huguet (1984) i due stati sono accomunati dallo stesso processo di disinvestimento che nella noia però risulta incompleto causando il permanere della contrapposta tendenza all’investimento oggettuale, così il soggetto finisce per oscillare in una sorta di ‘terra di nessuno’. 

Di altro avviso sono invece autori quali Wangh (1979) o Greenson (1953). Il primo sostiene che le differenze fra i due stati sono ben più che semplicemente quantitative; la noia è una difesa contro la depressione e si distingue da questa per il fatto di essere egosintonica: la persona non sempre è consapevole di questo suo stato, si sente superiore all’ambiente che ritiene responsabile del proprio malessere, non si ritiene né alienata, né colpevole, non chiede comprensione.E’ compito del clinico aiutare l’adolescente a differenziare tra senso di vergogna, senso di colpa, di inadeguatezza, e di umiliazione secondo Levi (2003) per accompagnare l’adolescente nel percorso di senso e di costruzione di una rappresentazione del sentimento depressivo. Secondo Haynal (1976) di fronte ad un’esperienza di perdita il ritiro degli investimenti nella depressione è temporaneo; nella noia invece si genera l’incapacità di investire di nuovo, in una sorta di lutto non compiuto l’energia non viene più recuperata e questo rende il soggetto incapace di servirsi degli stimoli ambientali. Una ipotesi più recente è invece quella di Carlo Maggini (1991) che ritiene che la differenza fra depressione e noia si giochi tutta attorno al concetto di dipendenza e negazione della dipendenza: mentre il depresso riconosce la dipendenza dall’oggetto che è stato perso o che ha deluso, la noia è invece la negazione di questa dipendenza: l’oggetto ha deluso o non c’è più ma all’annoiato non interessa perché non ne ha bisogno anche se poi non essendo questa una posizione autentica il malessere c’è ed emerge nell’incapacità di trovare gratificazione in qualunque altro oggetto.

Claudio, 22 anni, dopo una relazione affettiva che durava da oltre 4aa, e dopo essere stato oggetto di un raggiro economico da parte del fratello della sua fidanzata, si ritrova da solo senza provare interesse per nessuna altra persona “Le persone mi annoiano, io mi annoio già da solo, non so cosa farmene del lavoro, del divertimento…non so cosa voglia dire ora divertirsi. Mi sento sazio del mio vuoto.” La differenza è qui sostanziale perché dipendenza e negazione della dipendenza sarebbero l’esito di evoluzioni differenti nel processo di sviluppo. Questo si collega alla visione di altri autori quali Kernberg, Kohut, Helene Deutsch, che hanno ritenuto la noia espressione dell’incapacità di sperimentare la depressione e il lutto. Essa si ritroverebbe frequentemente nelle personalità narcisistiche ogni qualvolta esse non riescono a ricevere dall’ambiente circostante il soddisfacimento pulsionale immediato. Riassumendo quindi gli elementi differenziali sono:

  • L’autostima rimane intatta, l’assenza di sensi di colpa, la mancata attribuzione a se stessi della responsabilità del proprio stato.
  • La responsabilizzazione dell’ambiente colpevole di non fornire al soggetto ciò di cui necessita
  • L’assenza di una richiesta d’aiuto e di comprensione
  • L’orientamento nel presente, l’annoiato non è interessato a ciò che è stato nel passato o che sarà nel futuro ma vede solo le contingenze presenti e le sue esigenze immediate
  • Il mantenimento di alcuni investimenti oggettuali e della ricerca di investire di nuovo seppur dietro ad una apparente indifferenza; la noia mantiene un apertura al possibile contro ‘il già avvenuto’ della depressione
  • Il mancato riconoscimento del proprio bisogno e della propria dipendenza dal mondo: mentre di fronte alla perdita il depresso piange e lotta, l’annoiato svilisce ciò che ha perso e affronta la situazione con un atteggiamento di indifferenza e disinteresse. L’annoiato non ha bisogno dell’oggetto che ha perso, o almeno così crede, per questo non sperimenta il lutto ma solo un vago senso di malessere fastidioso, appunto la noia.

FENOMENOLOGIA DELLA NOIA

Abbiamo cercato di analizzare la noia su tre livelli progressivamente più profondi: partendo dal piano fenomenico, quindi da come la noia si mostra in superficie, ho poi cercato di individuare le dinamiche sottostanti che la generano, per arrivare infine a collocare tale vissuto e le sue cause nel contesto dello sviluppo umano per individuare se esistono stadi più predisposti di altri alla sua manifestazione.

Su un piano fenomenico la noia è stata descritta da vari autori (Greenson, Fenichel, Ferenczi) come caratterizzata da: 1) stato di indifferenza apparente che si accompagna paradossalmente ad una tensione fastidiosa priva di un chiaro oggetto; 2) alterazione nella percezione del tempo che genera una senso di immobilità, 3) senso di monotonia pervasivo. Altri due aspetti sono stati sottolineati, anche se propriamente non nell’ambito della psicoanalisi, e cioè la sua tendenza al ‘contagio’, a diffondersi a livello collettivo e il suo andamento ‘a spirale’: la noia viene di frequente affrontata ricorrendo a forti stimolazioni esterne anche di carattere aggressivo con cui la noia tende a instaurare una spirale, o circolo vizioso in cui mai eliminata definitivamente richiede ogni volta mezzi più estremi per essere scacciata di nuovo.

A livello delle dinamiche sottostanti il quadro è più complesso. Alcuni autori come Fenichel, Greenson, Ferenczi, Pietropolli Charmet, Wangh sostengono che essa sia l’esito di un conflitto fra Es e Io, fra desideri inconsci inaccettabili che vengono rimossi secondo un processo in cui sono soppressi lo scopo e/ o l’oggetto della pulsione; la pulsione però rimane e causa uno stato di tensione, una spinta verso qualcosa di indefinito, una sensazione che Greenson così descrive ‘l’annoiato sente di avere fame ma non sa di cosa’. Per alcuni essa è l’esito di un processo di rimozione, per altri l’esito di una rimozione incompleta o fallita che riporta alla coscienza l’eco del conflitto sottostante, in ogni caso il suo scopo è la difesa da uno stato di angoscia o da un senso di colpa che la manifestazione del conflitto potrebbe provocare.

Secondo una altra ipotesi, la noia sarebbe sì il prodotto di un conflitto, ma nell’ambito delle relazioni oggettuali. Essa segnerebbe uno stallo nelle dinamiche di investimento fra Io e oggetti esterni per varie cause fra queste il lutto per la perdita dell’oggetto d’amore. In questi casi la noia diventa o difesa dal lutto (Haynal, Deutsch, Socarides), per cui il soggetto non prova niente per non provare il dolore della perdita, oppure una evoluzione patologica del lutto, cioè di quei meccanismi che dovrebbero promuovere la lenta rinuncia all’oggetto perso e la sua sostituzione con un altro disponibile (Huguet, Christin, Freud). In questi casi la noia si genera da una rinuncia a distaccare l’investimento dall’oggetto perso, o più specificatamente dal conflitto fra la volontà ambivalente di difendere la libido in quell’investimento. Ciò si può tradurre in una riduzione della capacità di investire la realtà esterna che viene così a mancare di attrattiva e vitalità. Il disinvestimento incompleto in cui permane la contrapposta tendenza ad investire è ciò che crea il paradosso di un disinteresse doloroso e di una indifferenza che è però vissuta dolorosamente.

Silvia si ritrova a 19 anni “vedova” essendosi legata ad un ragazzo coetaneo da quando avevano 13 anni, il quale muore in un incidente stradale durante un week-end trascorsi in una discoteca tempio del divertimento. Dopo 2 anni dall’incidente, nel chiedere un intervento psicologico “Non ci sono cose che mi facciano sentire voglia di sorridere e di star bene. Domani è il nostro anniversario, chissà come festeggiamo…dicono che c’è anche il passato remoto per parlare di lui. Ma scusi cosa cambia?”

Ci sono autori che collegano la noia ad un disturbo del Sé e la collocano nell’area del narcisismo; un Sé fragile e poco coeso ricerca gli oggetti esterni per avere un supporto e un senso di completezza, in tale contesto gli oggetti perdono la loro autonomia poiché esistono solo nella misura in cui danno questo sostegno al Sé in termini di approvazione, rispecchiamento, fusione(Khan). Nelle personalità caratterizzate da tale deficit del Sé la noia compare ogni qualvolta gli oggetti non svolgono questa funzione; essendo concepiti a puro scopo consumistico, quando non servono più perdono anche di attrattiva, diventano cioè noiosi.

Questo porta a ritenere che possano esistere delle personalità più predisposte di altre a manifestare tale vissuto. Abbiamo quindi cercato di individuare lo stadio in cui tale predisposizione può collocarsi. Il risultato di tale indagine ha sottolineato che essa può collocarsi a qualunque fase assumendo in ognuna di esse un significato e una funzione diversa.

Nelle personalità nevrotiche essa è il segno di un conflitto pulsionale, di uno stallo fra il desiderio incestuoso inammissibile e la sua realizzazione; la noia ha lo scopo di proteggere dall’angoscia e dal senso di colpa e sorge  perché il soggetto non riesce a portare avanti un processo di sublimazione. A livello edipico i desideri saranno di natura sessuale, a livello fallico riguarderanno problematiche di rivalità fraterna o con il genitore dello stesso sesso (Weinberger e Muller parlano di moderni Icari).

Quando la noia è invece il risultato di una fissazione ad uno stadio pregenitale essa assume la dimensione interpersonale divenendo espressione di una ‘solitudine intollerabile’, di ‘una incapacità di essere solo’, di una problematica nell’ambito della dipendenza- autonomia. Sono soprattutto gli autori più recenti ad accreditare questo punto di vista. La noia diviene espressione di uno stallo che si verifica nel processo di separazione- individuazione che porta il soggetto a negare la sua dipendenza dall’oggetto d’amore ma nello stesso tempo ad essere incapace di una vera e sana indipendenza. La negazione nasce quindi dal riconoscimento inconscio che il soggetto fa del proprio eccessivo bisogno dell’oggetto, un oggetto che in passato ha troppe volte deluso. La dipendenza è quindi vissuta come minacciosa e pericolosa, dipendere significa affidarsi a qualcuno o qualcosa che non sempre sa proteggere e provvedere ai bisogni del soggetto. Mentre il depresso quindi riconosce di avere bisogno dell’oggetto e lotta per tenerlo accanto e recuperarlo, l’annoiato se ne distacca affettivamente o ne nega l’importanza affettiva per prevenire il dolore o rifiutare il potere che esso ha su di lui.

Nelle personalità narcisistiche la noia secondo molti autori nasce come ‘assenza di tensione relazionale’, incapacità nella relazione con l’altro di riconoscere il limite, la differenza, l’autonomia dell’altro. La noia è una perversione che non riconosce il limite come ricchezza, ma come minaccia, qualcosa va eliminato, camuffato o rifiutato. 

La noia appiattisce la relazione con l’altro ne svilisce i tratti caratteristici, l’alterità, l’originalità, l’unicità per non sentire l’altro diverso da sé e sé diverso dall’altro. Riconoscere la differenza e la diversità significa riconoscere infatti la propria solitudine che nell’annoiato è intollerabile.

LA NOIA IN ADOLESCENZA

All’inizio si è detto che la noia viene considerata espressione di un malessere esistenziale che interessa soprattutto i giovani; nell’analizzare tale aspetto si è rilevato come vari autori considerino in realtà l’adolescenza una fase in vari modi predisposta a questo tipo di vissuto. Alcuni sostengono che la noia sia una condizione tipica e naturale dell’adolescenza e che diventi patologica e cronica solo in presenza di un ambiente negativo; altri sostengono che si manifesti solo in adolescenze ad elevata vulnerabilità patologica. In particolare, nel primo caso essa assumerebbe le sembianze del disagio giovanile ed alcuni troverebbero in ciò la causa della sua maggiore diffusione nelle caratteristiche dell’attuale società.

L’adolescenza trova il suo esordio in un forte rinvigorimento delle spinte pulsionali finora nascoste sotto la calma apparente della latenza; la noia può da questo punto di vista essere una delle difese frequentemente utilizzate dal giovane per proteggersi dall’angoscia e dai sensi di colpa che i desideri incestuosi rinati potrebbero provocare. Il ricorrere alla noia come difesa è legato ad uno sviluppo ancora immaturo dell’Io che non fornisce risorse cognitive e adattive sufficienti. Ma il giovane non può nemmeno ricorrere all’ambiente esterno e alle regole educative visto che proprio in questo periodo egli è più che mai portato a metterle in discussione (Fornari,1970).

Si è visto precedentemente che la noia può anche essere collegata al processo di lutto; la peculiarità di tale vissuto nell’adolescenza potrebbe quindi essere legata ai numerosi lutti che il giovane deve elaborare come compito fondamentale di tale fase della vita; si tratta della perdita del corpo asessuato, dell’abbandono degli investimenti sugli oggetti primari d’amore per procedere verso la scelta eterossessuale, la rinuncia alle immagini interiori idealizzate dei genitori per ricostruirle in modo più realistico, il rifiuto definitivo dell’infanzia, epoca in cui altri provvedevano ai propri bisogni. La noia può in alcune occasioni divenire espressione di uno stallo nell’affrontare uno o più di questi lutti, il rifiuto ad esempio di sostituire l’oggetto primario con nuovi investimenti. L’oggetto d’amore idealizzato, ora riconosciuto nei suoi limiti realistici e nella sua mancanza di onnipotenza provoca uno stato di disillusione e di frustrazione affettiva che, coerentemente alla tendenza adolescenziale non viene mentalizzata bensì agita attraverso condotte spesso violente e di distruzione dell’oggetto deludente (Levi,2003).

Infine si è visto come molti autori colleghino la noia al sé e a un suo eventuale disturbo; anche in questa direzione l’adolescenza quale epoca di profondi cambiamenti e rimaneggiamenti del Sé si mostra predisposta a tale vissuto. Nella sua riorganizzazione infatti il Sé diviene debole e più carente nel mantenere confini netti e definiti e un’autostima stabile. In questo processo di progressiva obiettivizzazione che può portare ad un senso realistico e continuo delle proprie potenzialità, dei propri pregi e difetti, la relazione con il mondo può divenire fragile, i legami fra il Sé e gli oggetti interni indebolirsi e la noia diventa così un vissuto che traduce tutto questo, cioè una incertezza dell’identità. Questo aspetto viene sottolineato soprattutto da Crocetti (1996) che parla della noia come di un vissuto naturale nell’adolescenza addirittura funzionale alla crescita; essa deriverebbe da un particolare modo di esperire il sé che prende il nome di ‘nucleo di informità di base’. E’ l’esperienza che il giovane fa di opposte dualità che si incontrano annullandosi a vicenda: l’essere grande e piccolo, maschio e femmina, fuori e dentro, dipendente e autonomo. Che cosa fa la differenza? Secondo l’autore è l’ambiente che, se è positivo, ha  un’azione di contenimento e significazione. Pertanto l’esperienza della noia, in cui le tendenze si annullano ma nello stesso tempo sono potenzialità, diventa il luogo dell’atto creativo di sé in cui il ragazzo crea la propria unicità e la propria identità. Se l’ambiente invece è negativo, cioè non c’è una figura di adulto rassicurante che contenga l’angoscia e dia un senso a questo vissuto, il nucleo di informità diviene un’esperienza annicchilente, di solitudine e rabbia indifferenziata, di angoscia che viene agita all’insegna dell’aggressività verso se stessi o gli altri (Levi, 2003).

Anche nell’ambito della spiegazione della noia quale stallo nel processo di individuazione-separazione, l’adolescenza si mostra epoca ideale essendo la fase per eccellenza di transizione fra infanzia ed età adulta, fra dipendenza infantile ed indipendenza; la sua problematicità è spesso legata al fatto che il soggetto oscilla fra la necessità e la paura dell’autonomia dai genitori.

Molti autori chiamano in causa la società e la sua attuale crisi di valori per giustificare il frequente modo patologico di vivere e di affrontare la noia; Erikson parla di un ambiente in continuo e imprevedibile mutamento che ostacola il raggiungimento dell’identità; il giovane di oggi si contrappone a quello di 50 anni fa: egli è scosso dall’incertezza riguardo ciò che deve essere e credere, a differenza di qualche tempo fa in cui il problema era lottare contro le inibizioni che impedivano di fare e di essere ciò che si voleva. Questo secondo Mead è legato alla molteplicità di modelli che attualmente vengono proposti, spesso antitetici e competitivi fra loro a cui si accompagna l’ansia e l’angoscia dovuta al fatto che ciascuna scelta viene presentata come di importanza vitale e irreversibile. Un’educazione che privilegia la razionalità e l’efficienza a spese dell’emotività e dei sentimenti, un varco sempre più grande fra il tempo naturale del corpo e il ritmo nervoso e frettoloso imposto, il dilagare della tecnologia e di un’eccessiva programmazione e pianificazione che rende tutto già vissuto nella mente più che nella realtà sono altri fattori che vengono chiamati in causa. Kohut infine sottolinea il diffondersi di un narcisismo patologico, fatto di esibizionismo e di ricerca estrema di visibilità che nasconde invece un’incertezza di identità, una scarsa consapevolezza di sé, un’omologazione e massificazione che impedisce agli individui di distinguersi e valorizzare le proprie differenze in modo sano. Tutto questo alimenta le manifestazioni patologiche del narcisismo fra cui appunto la noia, come negazione della bellezza e della ricerca dell’altro, perché il soggetto pensa di bastare a se stesso.

In ambito clinico la problematica della noia è ancora assente; nei centri di salute mentale e nei consultori la questione della noia sembra non esistere e viene frequentemente ricondotto alla depressione come un semplice sintomo. Quello degli annoiati è piuttosto un mondo sommerso costituito di persone all’apparenza normali ed adattate che hanno però bisogno della ‘roulette russa’ dei week-end per rendere la propria vita vagamente sopportabile, sommerso perché non chiede aiuto: la poca attenzione che viene rivolta in ambito clinico si ritrova anche nel sentire comune dove la noia non è certo un motivo sufficiente per finire davanti ad uno psicologo. Il malessere però c’è e la scarsa cultura in questo senso contribuisce a mantenerlo in una condizione di vaghezza, privo di un nome e di un significato condiviso, aspetti che ne rendono difficile l’elaborazione e la mentalizzazione; ne deriva che esso finisce per essere affrontato soprattutto attraverso gli agiti che divengono poi in alcuni casi veri e propri fenomeni sociali apparentemente inspiegabili come le corse in macchina, l’uso di pasticche, l’abituale abuso di alcool.Assume quindi particolare valore parlare di prevenzione in ambito sociale e culturale (Cancrini, Marzocchi, Melella).

La creatività sembra essere la parola chiave per molti autori quando si parla di prevenzione della noia; ma cosa lega creatività e noia? Winnicott è l’autore che ha messo maggiormente in rilievo la possibilità di questo legame situandole entrambe nell’area transizionale. La noia è l’espressione del dolore provato nel distacco desiderato e temuto dalla madre verso l’autonomia; la creatività è l’atteggiamento di chi  pur riconoscendo la realtà come qualcosa di distaccato e differente da sé ha comunque la capacità di imprimerle il proprio personale punto di vista, di colorare con il proprio particolare e unico modo di essere ogni fatto ed evento. La creatività è ciò che secondo l’autore dà all’individuo la sensazione che la vita valga la pena di essere vissuta. Nel gioco e nella creatività l’individuo fa uso della sua intera personalità e nel farlo scopre se stesso. La somma delle esperienze di gioco e creative sono la base del senso del Sé poiché l’individuo può raccogliersi ed esistere come unità. Il prodotto creativo emerge dal caos e dal disordine ma è intrinsecamente un processo di differenziazione e di separazione. Ciò assume particolare importanza nell’adolescenza dove come sostiene Spiegel attraverso la creazione artistica ciò che è Sé può esteriorizzarsi e divenire oggetto contribuendo a stabilire un equilibrio fra gli investimenti narcisistici e oggettuali. La creatività segna quindi il ritorno al rapporto oggettuale, quindi la possibilità per l’annoiato di reinvestire il mondo esterni riscoprendo l’interesse per le cose; consentendo una maggior crescita e coesione del Sé aiuta a superare quella noia che nasce come risultato di un disturbo o di una debolezza del Sé; aumentando il senso di confine fra sé e non- sé, fra soggetto e oggetto migliora la capacità di essere soli senza sperimentare il senso di abbandono, genera un più forte senso di identità e questo è utile soprattutto in quei periodi di transizione che richiedono profondi mutamenti nella rappresentazione del Sé. Quando poi la creatività origina dalla sublimazione può consentire il superamento della noia in quei casi in cui essa nasce come esito di un conflitto fra Es e Io.

In una cultura di omologazione e massificazione dove gli oggetti perdono sempre più la loro autonomia per esistere solo in funzione del soggetto che li usa l’individuo fatica sempre più a trovare una propria identità e un proprio originale modo di essere. Si deve necessariamente riscoprire una cultura di sano narcisismo che educhi l’individuo a riconoscere l’alterità del mondo rispetto a sé  ma anche la propria alterità rispetto al mondo, la propria unicità per valorizzarla; un sano narcisismo che porti il soggetto ad amare se stesso e a dare valore ai propri desideri, agli affetti, alle proprie caratteristiche. La prevenzione della noia coincide con una cultura del piacere che deve essere soprattutto cultura del desiderio. Possiamo considerare la noia una medaglia la cui faccia nascosta è quella del desiderio; li associa la dimensione relazionale, il loro qualificarsi solo in funzione di qualcosa o di qualcuno di cui nel desiderio se ne riconosce il valore e la preziosità mentre nella noia lo si svilisce e lo si spoglia di attrattiva. Li associa la dimensione dell’attesa, il senso di mancanza, li distingue invece il fatto che mentre il desiderio è riconoscimento della ‘dipendenza’ cioè del bisogno di qualcosa, l’annoiato spaventato da tale dipendenza la nega. Solo attraverso la creatività è possibile arrivare al desiderio; solo l’individuo che colora di sé il mondo, con un’identità consapevole si pone in modo differente verso le cose e le persone, sentendosi maggiormente vivo perché in contatto con il proprio percepire e i propri moti di desiderio, riconoscendo la diversità dell’altro e desiderandolo proprio perché differente. In una società dove domina l’informazione e scarseggia la comunicazione umana, l’individuo cerca di sentirsi meno solo adeguandosi ad un conformismo schiacciante e soffocante, avvicinandosi alle persone in modo fittizio cioè nascondendo sé stesso per difendere la propria vera identità dall’altro desiderato ma temuto e nello stesso tempo svilendo l’altro per sentirlo meno pericoloso. Questo svilimento assume il volto della noia: l’altro non è niente di eccezionale, non è abbastanza, non è degno di molta attenzione. La cura della noia risiede quindi nel non avere paura della diversità del mondo, aprendosi così alle opportunità infinite che esso offre, ma soprattutto nel non avere paura della propria diversità che risiede prima di tutto nei nostri desideri, nelle cose differenti che amiamo e che desideriamo; solo comunicando all’altro i propri desideri l’individuo combatte la propria solitudine, solo riconoscendo il proprio bisogno di una condivisione autentica e dell’incontro la medaglia della noia si rivolta mostrando la faccia del desiderio.

Riassunto Questo  lavoro nasce dalla constatazione che spesso oggi, soprattutto attraverso i mass- media vari fatti di cronaca e fenomeni sociali come l’alcolismo o l’abuso di droghe che coinvolgono i giovani vengono associati ad un vissuto di noia.  Ma tale sentimento, apparentemente all’insegna della passività può giustificare questi comportamenti autolesivi o devianti? Che cos’è la noia? Oggi, i giovani possono essere più predisposti ad essa e alle sue conseguenze più distruttive? Abbiamo cercato una risposta a queste domande in una prospettiva psicoanalitica. Dopo un excursus storico- letterario abbiamo distinto la noia dalla  depressione a cui viene spesso ricondotta in ambito clinico individuandone le differenze; abbiamo poi descritto come si presenta la noia in superficie, quali meccanismi ne determinano la comparsa patologica, per giungere a valutare se esistono fasi della vita, come l’adolescenza, più predisposte alla manifestazione di tale vissuto.

Parole chiavi :Adolescenza- Depressione- Noia- Relazione d’oggetto- Spleen

BIBLIOGRAFIA   

AA.VV. ‘Adolescenti e Droga, Alcol, Tabagismo’ (scritti di Cancrini, Marzocchi, Melella), Modena 1997

AA.VV. ‘Il sentimento assente’ scritti di Deutsch, Roazen, Zilboorg, Bollati Boringhieri, Torino

AA.VV. ‘Noia e apatia’ scritti di Greenson, Kohut, Bollati Boringhieri, Torino

AA.VV. ‘Vuoto e disillusione’ scritti di Kernberg, Socarides, Kernberg, Searles, Bollati Boringhieri, Torino

Bergler E. ‘On the disease- entity Boredom (alyosis) and its psychipathology’, Psychiatric Quarterly vol.19 pp. 38- 57.

Crocetti G. (1996) ‘La noia in adolescenza’, Borla Roma

Demetrio D. (1996) ‘Noia e desiderio’, in Adultità, vol.3 aprile 1996. Guerini e Ass., Milano

Erikson H. (1963) ‘Childhood and society’ Norton & Co, New York (trad. it. Armando ‘Infanzia e società’ Armando Edit. Roma 1982).

Esman A. (1979) ‘Some reflection on boredom’ J. Of. Am. Psychoanal. Assn., vol. 27 pp. 423- 437.

Ferenczi S. (1919) ‘La nevrosi della domenica’ in Opere, vol.2 Prassi., Cortina Milano,1990

Fornari F. ‘Nuovi orientamenti nella Psicoanalisi’ Feltrinelli  Milano 1970

Fromm E. (1975) ‘Anatomia della distruttività umana’ Mondadori Milano.

Gaylin W. (1968) ‘The meaning of desespair’, Science House, New York (trad. it. Reginelli ‘Il senso della disperazione’ Ed. Astrolabio Roma, 1973).

Greenson R. (1953) ‘On boredom’, J. Of Am. Psychoanal. Assn., vol.1 pp. 7- 21

Hartocollis P. (1972) ‘Time as a dimension of affect’, J. Of Am. Psychoanal. Assn., vol. 20 pp. 92- 108.

Khan M. ‘ I Sè privati’ Boringhieri Torino 1988

Kohut (1978) ‘The search of the self’ International Universities Press, New York (trad.it. Paparo ‘La ricerca del sé’ Boringhieri 1982).

Lebovici G. (1969) ‘Adolescence: Psychosocial Perspectives’ Basic Books, New York (trad. it. Bergonzini ‘Problemi psicosociali dell’adolescenza’, Boringhieri Torino 1973).

Levi G. (1993)  “I miti del pensare e le inibizioni intellettive in adolescenza” Ponte Poppi, Maggio

Levi G.  (2003) “Problemi nel trattamento della depressione dell’adolescente” ISAP International Society for Adolescent Psychiatry” Roma 

Maggini C. Dalle Luche (1991) ‘Il paradiso e la noia’, Bollati Boringhieri, Torino

Mead M. (1964) ‘Coming of age in Samoa’, William Morrow, New York (trad. it. ‘L’adolescente in una società primitiva’ Edit. Universitaria Firenze 1964)

Racalbuto A. Ferruzza E. (1999) ‘Il piacere offuscato. Lutto, depressione, disperazione nell’infanzia e nell’adolescenza’, Borla, Roma.

Tabucchi A. (2001)  “ Si sta facendo sempre più tardi”, (romanzo) Feltrinelli,Milano

Tiberi E. (1983) ‘La spirale della noia’ Angeli, Milano.

Wangh M. (1979) ‘Some psychoanalytic observation on boredom’ J. Of. Psychoanal. Assn., vol 60 pp. 515.

Weinberger J. Muller J. (1975) ‘The American Icarus Revisited: Phallic Narcissism and Boredom’, J. Of Am. Psychoanal. Assn., vol.56 pp. 379- 380.

Winnicott D. W. (1965) ‘The maturation processes and the facilitating environment’, Hogart Press, London (trad. it. Bencini ‘Sviluppo affettivo e ambiente’ Armando Edit. Roma 1982).

Winnicott D. (1974) ‘Playing and reality’ Tavistock Publication, London (trad. it. Paparo ‘Gioco e realtà’ Armando Edit., Roma 1974).

Condividi questo articolo su LinkedIn

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *