Il gruppo come dispositivo di cura della relazione

Propongo una breve premessa teorica ed etimologica prima di occuparmi dell’esperienza diretta dei gruppi come dispositivo di cura con uno stralcio di una seduta.

La psicologia dei gruppi ha diversi modelli teorici che studiano le dinamiche che intervengono nei gruppi e da tempo ci sono studi della sua applicazione nelle discipline del sostegno alle persone.

Io mi soffermo sul modello psicoanalitico. La mia prospettiva attinge alla teoria post-bioniana del campo analitico che si interroga sulla intersoggettività.

Nel gruppo -che ha il mandato di curare- la co-presenza di pensieri ed emozioni si offre come crogiuolo di trasformazioni utili al raggiungimento della cura del paziente e del gruppo che concorre al recupero del benessere del malato.

L’intervento psicoanalitico ha da tempo avuto il riconoscimento di strumento scientifico di cura; e si è sdoganata la concezione della psicoanalisi come terapia della parola conseguendo lo statuto di terapia della conversazione nella relazione.  

Se per il passato l’attività di cura era riservata al medico e il paziente si poneva in una posizione dipendente e subalterna nell’attesa che il farmaco funzionasse; da tempo la concezione della cura è intesa come espressione di una reciproca relazione tra lo specialista ed il paziente.

Curare è diverso da curarsi e soprattutto è diverso da guarire.

 Sono termini differenti anche dal punto di vista etimologico: CURARE deriva dal sanscrito di cura, Ku o KAV, che è alla base anche della parola KAVI cioè soggetto saggio.

Nella sua forma latina “curare” si scriveva Coera ed esprimeva l’atteggiamento di premura, preoccupazione nei confronti di una persona od oggetti amati, il “prendersi cura di” qualcuno. 

Il termine guarire invece compare nell’antico spagnolo come Guarecer, da Garir, derivante dal ceppo germanico Varian, da cui Wherdifesa, o Ware in inglese (che indica la consapevolezza, ad esempio to be aware). 

Nel passato guarire significava preservare attraverso il guardare, (difendere, salvare dal male), e perciò diventare consapevoli. Concetto molto più profondo del limitato far tornare in salute cui si riferisce oggi il termine guarire. E soprattutto è un concetto che rimanda all’ osservazione: dal latino Ob-Servare, che rimanda alla radice indoeuropea Swer-Swor, che esprime l’idea del guardare, custodire, stare in guardia. Osservare è alla base del prendersi cura ma non esaurisce le sue funzioni.

(Ed è così anche in greco “terapein” vuol dire prendersi cura). Ed il prendersi cura avviene sempre attraverso lo sguardo di qualcuno su un altro.

Interessante sapere che il verbo “vedere” in greco horao, originariamente significava collegarsi con la luce del sole: qualcosa del tipo “vedo perché la luce mi ha illuminato”. 

Cosa ricaviamo da questo excursus etimologico?  Innanzitutto, che guarire ha a che fare con una sorta di nuova visione, di illuminazione, con la capacità di diventare consapevoli, di osservare rivolgendo gli occhi alla luce (a qualcosa che illumina, rende consapevoli).

Ed attingo ora da chi più di un secolo fa ha osservato i movimenti evolutivi dell’individuo.

S. Freud, padre della psicoanalisi pubblica “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” nel 1921 e in esso affronta l’organizzazione dell’apparato psichico dell’individuo quando questi si confronta con l’altro da sé, quando è inserito in modo specifico in una struttura collettiva. Afferma che la massa è sorretta dagli stessi meccanismi dell’individuo. La massa è spinta e tenuta insieme da meccanismi libidici, da pulsioni e dall’eros che, nell’individuo in gruppo, ha l’impressione di una forza sconfinata e una disponibilità a svolgere azioni che non metterebbe in atto da singolo. Il contributo più significato è nella parte centrale di questo scritto, quando Freud esamina le masse organizzate, come l’esercito e la Chiesa, ritenendo che l‘individuo quando entra a far parte di un organismo collettivo, è mosso da pulsioni deviate nella meta psichica, rinuncia all’ideale dell’Io, e sviluppa un meccanismo di identificazione con il capo, investito da affetti libidici. 

Meccanismo che è alla base anche del legame tra gli individui, i quali anch’essi si identificano con il capo. “L’identificazione è nota alla psicoanalisi come prima manifestazione di un legame con un’altra persona”. ( S. Freud,1921)

Ed aggiunge che “nella vita psichica del singolo, l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico; in questa accezione più ampia la psicologia individuale è al tempo stesso fin dall’inizio psicologia sociale”. 

Senza rischio di smentite, Bion e successivamente J.Bleger  e W. e M. Baranger hanno proseguito lo studio del rapporto io-masse teorizzando che l’individuo è un soggetto plurale che integra nel suo psichismo esperienze aliene o esterne al proprio sè . 

In Italia F.Corrao, C. Neri, E.Gaburri e successivamente A. Ferro hanno sviluppato la dimensione gruppale del pensiero bioniano, studiando l’esperienza di gruppo quale condivisione mentale tra soggetti.  Per questi autori la mente di gruppo diviene il modo di avvicinare ciò che per l’individuo in via di sviluppo resta l’altro, l’alieno, l’altro da sé. Il gruppo diviene quindi l’apparato produttore di pensieri.

Usando una vecchia metafora di Platone, Bion dice che la conoscenza costituisce “cibo per la mente”. Questo cibo prende la forma dei simboli, che incorporano la conoscenza nella personalità. In questo la teoria psicoanalitica è in linea con la poetica romantica, rappresentata da Coleridge quando dice che “un’idea non può essere trasmessa se non da un simbolo.” Bion ha chiamato funzione α il primo stadio della formazione simbolica.

Anche M. Klein ed A. Freud avevano riconosciuto che la formazione dei simboli era la base per tutte le capacità. Come è risultato dal loro lavoro con i bambini, erano ben consapevole che un simbolo non necessariamente è verbale, ma è un mezzo per l’espressione di una fantasia inconscia.

Non vi dettaglio oltre i concetti della teoria bioniana che potrete approfondire in altre occasioni, e riprendo il tema del gruppo di lavoro in ambito sanitario. 

Queste premesse per ribadire che il nostro funzionamento come soggetti umani è molteplice: non siamo solo emotivo e razionale, inconscio e conscio, maturo e infantile, concreto e simbolico, ma siamo livelli molteplici di realtà; siamo il risultato della stratificazione della nostra esperienza. 

La malattia quindi può essere intesa, vissuta, come “un perturbante” ovvero qualcosa che emerge in modo improvviso scardinando l’organizzazione del Sé del soggetto, e che, come vedremo più avanti, può destabilizzare, ammalare l’istituzione stessa (il reparto, il nosocomio) che ha il compito di curare.

Come gestisce il perturbante il gruppo sanitario? Come maneggiamo la consapevolezza di noi stessi quando viene a mancare l’intreccio mente-corpo, quando non si accoglie l’imprevisto, la deviazione e ci si irrigidisce senza più trofismo? Quando è che non abbiamo più trofismo?  

All’interno di questa matrice, che cosa rappresenta il nostro lavoro per il paziente? Il curante può essere il professionista che ha la responsabilità della cura, la persona che ha una relazione significativa con il paziente ma, nel legame che struttura con noi, possiamo essere vissuti come il padre o la madre oppure lo specchio che riflette il sé del paziente. 

Possiamo ipotizzare che la relazione che il paziente ha con le persone più intime possa essere metafora del rapporto che egli struttura con noi curanti. 

Il soggetto è sempre un soggetto in relazione. Lo è anche quando si ammala. La malattia colpisce il diretto interessato, sia nel soma che nella psiche. La malattia provoca dolore per il timore di non poter più guarire o in alcuni casi la perdita totale della salute, e in alcuni casi la morte stessa del paziente. 

Tocca i medici, gli infermieri, gli psicologi e gli ausiliari con un ‘ondata di angoscia. Tocca poi i parenti, la famiglia del malato, come pure gli amici, i colleghi. E colpisce i curanti che hanno un rapporto con il suo corpo, con le sue ferite, con le sue parole e le sue emozioni.

Il paziente ed il team dei curanti si trova di fronte al dolore, sentono il dolore, ed è un dolore sano come lo chiama il Dr. Zucchini: “mentre il dolore sano, la commozione propizia il pianto che promuove la consolazione, l’angoscia tante volte lo vieta e consiglia una vendetta onnipotente. Questa proiettando l’angoscia sul dirimpettaio, promette di esonerarne il soggetto; ignorando che il nemico, così costituito, risponderà in modo speculare: ed è la guerra, fattore di onnipotenza e di morte. Il dolore sano è perciò una forza consigliera di pace che protegge dall’angoscia, qui consigliera di vendetta; una forza che esonera dall’onnipotenza e dalla perfezione, insidiosi fattori di colpa persecutoria e di vergogna” (G. Zucchini” Dolore sano e angoscia” 2019).

Questi scambi tra i curanti ed il paziente possono ammalare, perché certe malattie, certe sofferenze sembrano incontenibili, impensabili, rischiano di mandare in burn-out il team curante.

E quando è che una Struttura, un reparto o un operatore va in burn-out? Quando si genera un blocco del pensiero, quando non diventa più possibile tenere un dialogo interno Io-tu, e questo blocco spinge per una scissione: qualcuno si occupa del corpo ed altri si occupano della psiche.

A volte il Servizio consegna questa dimensione della cura emotiva alla famiglia, per non sentire esso stesso l’angoscia ed il dolore, e per una sorta di segnale: “se nessuno si occupa di come stanno gli operatori, allora ci si tutela, ci si protegge mantenendosi sull’ambito strettamente operatorio e concreto”. Così facendo il pensiero non ha più posto, la scissione occupa la relazione ed il dolore non può essere sentito, affrontato e trasformato.

Si procede in una sorta di sopravvivenza che permette di agire senza pensare. L’azione diventa l’espressione della funzione adattiva. Ci si protegge dal sentire qualcosa che non ha un luogo ove condividerlo: il dolore, la malattia, la morte.

Allora il contenimento gruppale laddove è possibile assume la qualità di un’accettazione “non tossica” degli scambi, e soprattutto non fusionale, come qualche paziente chiederebbe inconsapevolmente. Il contenimento è un patto tra chi deposita, il depositario e ciò che si deposita.

Inquanto patto e/o contratto, il contenimento è un LEGAME. Chi si fa depositario non può restare un raccoglitore passivo, egli ha il compito (come una rinnovata madre; nuova occasione!) di creare una cornice ed un contenimento per accogliere quegli elementi indigesti per la mente malata e distorta del paziente o del team degli operatori. 

Il depositario (terapeuta del gruppo), perciò trasforma ciò che non ha potuto essere pensato, attraverso la propria rěverie e attraverso la funzione α. Il contenimento, trasformando gli elementi indigesti in pensieri che possono essere pensati, FUNZIONE CONTENITIVA attraverso la quale si offre un’interpretazione.

 Ancora ci viene in soccorso Bion quando dice che l’interpretazione deve nascere da una partecipazione affettiva in una speciale intimità, prendendo la forma di un racconto. Un racconto condiviso, da cui ci si sente toccati (com-mossi) e che risulta efficace per evolvere verso legami di conoscenza flessibili e positivi(+K).

Il gruppo genera meraviglia, ed è una meraviglia che affascina e spaventa allo stesso tempo perché, se da un lato ci stupisce, ci toglie la parola come quando ci troviamo davanti ad un’opera d’arte; dall’altro ci scuote profondamente anche quando non vorremmo che la parola, il linguaggio e le emozioni ci inondassero. E talora si assiste a reazioni di scoraggiamento e tentazioni di rinuncia, tipiche di quando l’impresa è superiore alla portata delle nostre forze emotive.

L’invito di Bion è di lavorare in gruppo attivamente “senza memoria e senza desiderio” ed aggiunge “senza comprensione”. Non vuol essere una provocazione, ma la possibilità di prendere le distanze da qualsiasi desiderio (sia verso i pazienti che verso il terapeuta) affinché il lavoro analitico possa essere profondamente trasformativo.

Perché senza memoria e senza desiderio? Fare a meno di memoria e desiderio sembra finalizzato a recuperare l’attimo presente, l’“hic et nunc”, il momento presente assoluto, per farsi, come si suol dire, presenti a sé stessi. E, paradossalmente, per realizzare la presenza della realtà occorre passare attraverso l’assenza. Abbiamo la necessità di tollerare l’assenza, il vuoto, un contenitore sgombro.

“Ogni seduta a cui lo psicoanalista prende parte, non deve avere nessuna storia e nessun futuro…l’unica cosa importante in ogni seduta è l’ignoto…Non si deve permettere a niente di distrarre dall’intuizione dell’ignoto. In ogni seduta ha luogo un’evoluzione…. Dal buio e dall’informe evolve qualcosa”. L’analista per approdare all’ignoto deve resistere all’istinto di attaccarsi a quanto sa, e realizzare quello stato che Bion chiama “pazienza”. La pazienza va esercitata senza correre dietro ai fatti e le ragioni fino a quando non si avviluppa un pensiero che contiene un senso di salvezza e che riduce l’angoscia” (vedi “Note su memoria e desiderio” di Bion,1967)

Descriverò ora un breve flash clinico di una seduta con un gruppo di operatori, per illuminare un passaggio del lavoro onirico capace di trasformare, digerire il protomentale, l’indigesto, in un pensiero di gruppo per costruire legami simbolicamente condivisi.  

 Le parole nel gruppo per sentire le emozioni

Passo ora ad esaminare anche la configurazione del gruppo: per lo più si sta in cerchio e ci si dispone a condividere esperienze complesse per poter accettare diversi vertici di lettura e promuovere uno sviluppo emozionale. 

Il cerchio evoca il movimento del cosmo e frequentemente è associato al raduno degli eroi intorno al fuoco. Il cerchio è anche un limite, un limite simbolico che offre protezione e che trasmette un implicito: tutti possiamo vederci e ciò che accade riguarda tutti noi.

Ora vi parlo di un percorso con un gruppo di operatori sanitari. E’ il 4° incontro con operatori di un reparto di Pediatria, ed il primo in presenza dopo il periodo di lock-down, in cui abbiamo dovuto fronteggiare il trauma dell’impotenza nell’emergenza. 

Abbiamo uno spazio nuovo, diverso dal precedente momentaneamente occupato per altra attività. La sala attigua al reparto è aperta, i partecipanti arrivano al termine di un turno e si accomodano nelle sedie disposte ad un metro l’una dall’altra. Sono un gruppo abbastanza affiatato, alcuni sono rimasti silenziosi nei tre incontri precedenti. Qualcuno entrando commenta che se non fosse per lei, il medico camperebbe d’aria (presente e sorridente). 

Io mi sintonizzo per essere sulle stesse lunghezze d’onda del gruppo.

Prendono posto scherzando sui successi di una squadra locale. Dal corridoio qualcuno ha sentito e ad alta voce commenta sull’uscio in direzione di chi aveva parlato “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.

Arriva Celeste “Mia figlia ha fatto l’esame. È andata bene!” Qualcuno accenna ad un applauso e qualcun altro replica “Allora preparati a lasciarle il posto!”

Valeria si congratula con la collega e ricorda che hanno cominciato a lavorare insieme in questo Ospedale e che c’è ancora tempo per il passaggio di testimone. 

(Io ho la sensazione che sia passato tanto tempo dall’ultima seduta, molto più del tempo oggettivo, ma resto in una posizione di ascolto per avvicinarmi alle storie in attesa di essere narrate. E qui per ascolto del terapeuta intendo un elemento essenziale del setting interno, che è dettato dalla teoria di riferimento che ci orienta, da una costellazione psichica dettata da elementi contestuali e di stile, e dal proprio romanzo personale).

Qualcuno segnala che non hanno avuto il tempo per accordarsi di quale situazione parlare in gruppo. La settimana precedente il medico era in ferie e sostituito da un collega di un altro reparto.

Un’infermiera chiede di parlare di un bambino che è morto alcune settimane prima: arrivato in condizioni critiche per malnutrizione e condizioni familiari non ottimali. La famiglia aveva deciso di farlo nascere in casa, per esigue condizioni economiche che non avrebbero permesso al marito di recarsi ad assistere la moglie, né di avere qualcuno che si sarebbero occupato degli altri figli, in assenza della madre. Il neonato ha affrontato quasi due mesi di ricovero e non è stato possibile salvarlo. 

Nella sala cala il silenzio. Un silenzio che circola che viene sentito e condiviso, senza parole. Qualcuno sistema la sedia, qualcuno la gira e si siede a gambe aperte. Qualcuno si alza ad aprire una finestra. C’è chi si schiarisce la gola con colpi di tosse.

Celeste “Io credo che certe cose non abbiano senso e basta. Non si può vedere morire un figlio o morire in ospedale senza un figlio vicino. E’ una cosa che non si spiega e basta. E’ nella natura delle cose che i genitori muoiano prima dei figli.”

Un altro commenta “Non sappiamo cosa abbia impedito a questa mamma di sintonizzarsi con il suo bambino, da non poterlo allattare” e aggiunge “Quando è venuta a trovarlo, sembrava spaesata. Mi chiedo come faccia con gli altri figli”

Un altro componente dice “Secondo me è perché non parla bene l’italiano, o forse aveva difficoltà a considerare l’ospedale una buona medicina per il suo bimbo”.

Ad un tratto arriva nella sala un odore intenso di caffè tostato, bruciato.

 Una donna si alza ed esce correndo. Qualcuno ride avendo compreso l’accaduto. C’è brusio, una sorta di chiacchiericcio.

“Troppa roba! Non si può, non si può così” a sostegno della collega che, immersa nella comunicazione del gruppo, ha dimenticato di andare a prendere la caffettiera preparata per offrire il caffè a tutti noi. 

“Come mi è mancato di prenderlo insieme! Quei 5 minuti nello stanzino mi sono mancati. Cinque minuti e raccogli le idee su come sta quel bambino, i genitori, cosa correggere, come sta il marito di una tua collega…”

Il medico commenta “Si, lo stanzino è un momento per stare dentro al lavoro ma anche per uscire un attimo. Io ci sono legato perché su turni molto stressanti, hai modo di staccare un attimo, sentire come stanno a casa, sapere del trasferimento per un altro bimbo, del posto letto da cercare per un altro”.

A me sovviene un ricordo -come direbbero i sostenitori del modello bioniano- faccio un sogno, una rêverie, pescando nei ricordi di quando mi recavo in supervisione con i colleghi e venivamo accolti dal profumo del caffè che borbottava sul fornello mentre entravamo. E mi pongo nuovamente all’ascolto.

Per la prima volta, da quando ci riuniamo, Aldo interviene “L’odore di bruciato è come quello che senti quando via in India, c’è tutto un crepitio per le strade vicino a dove bruciano i cadaveri e un odore che non so dirvi…ma mi è venuto in mente adesso”.

“Non hanno tutte le smancerie di cappelle per le famiglie”. 

“No, non c’hanno gli occhi per piangere, figurati il marmo per le tombe!”

 Qualcuno commenta che però là nascono molti bambini, e che qui “restiamo aperti grazie ai parti delle donne straniere”.

E tutto sembra procedere sui temi della sepoltura e della carenza di nascite. Si ritorna a parlare del bimbo morto.

“Io non me lo posso scordare: tra tutti i fili delle macchine ed i tubicini, in un attimo si è spento e è diventato di cera. La pelle si fa bianca e fredda come un cero. I vecchi muoiono diversamente, si spengono lentamente. Giulio però è diventato subito di cera mentre l’avevo tra le mani.” 

Qualcuno segnala di portare i ceri al cimitero per l’imminente ricorrenza dei morti. 

Accenno che oltre al bianco della pelle c’è il rosso di un fuoco che se non lo si modula può bruciare e distruggere, perdendo il senso vitale del sentire. Sentire anche con la mente.

Aldo “Sentire, sentire…Non ci fai mai la scorza! Ti chiedi cosa potevi fare ancora, cosa non è arrivato in tempo perché Giulio recuperasse e potesse vivere.”

Avverto che ci sono i colori e ci sono i paesi: dal Senegal all’India all’Italia. Ci sono lingue che stanno imparando a comunicare, anche qui tra la parte organica e l’attenzione amorevole e affettiva.

Il gruppo oscilla tra emozioni depressive, di colpa e la negazione del dolore, rifugiandosi sulla capacità di avere statistiche internazionali, di risoluzione dei casi (superiore ad altri reparti della nazione), o sull’ignoranza dei familiari del piccolo, incapaci di chiedere aiuto in tempo.

“Se la madre avesse partorito in ospedale, avrebbe avuto i controlli domiciliari e si sarebbero visti i comportamenti sentinella di poca cura che avrebbero salvato Giulio”. Qualcuno replica che alcune donne erano spaventate nel venire in Ospedale per il timore di contrarre il virus.

“Io penso alla mamma di Giulio a quanto debba aver comunque temuto che da un giorno all’altro potesse perderlo.”

“Io ho avuto mio fratello che ha perso il bimbo si tre mesi. Mia cognata quando è successo era una larva, io quando smontavo dal turno, molte sere sono passata da loro. Il silenzio di prima me l’ha fatto pensare. Io andavo e in casa c’era un silenzio come se il bimbo stesse dormendo. E invece. Poi una volta l’ho aiutata a portare tutto il corredino in una comunità.”

Valeria sbotta “Basta parlare di morti, non se ne può più. Qui dite che bisogno raccontare come ci si sente ed io non ne posso più di parlare di morti! Potevamo parlare dei turni della notte, che sono troppi, visto che mancano dei colleghi e non li hanno sostituiti!”

“Fai così, però poi corri sempre. Certo che c’abbiamo avuto paura e ancora l’abbiamo di ammalarci, e di lasciare i colleghi nel caos.”

 “Io mi sono sentito solo, non lo nascondo, ma quando mi avvicino alle culle, io sento che quella solitudine è solida, è un sostegno alla speranza. Non è questione di semplice sapere scientifico ma di qualcosa che ho dentro. Io non so come chiamarlo. Le cose che facciamo sono sotto la voce del pain management ma c’è di più, ci vuole fermezza per trattare la perdita di un bimbo”. 

Il compito del gruppo esperienziale però non è quello di restare nei fatti concreti e sensoriali ma di poter “giocare insieme” per poter “sognare insieme” usando la fantasia o una “combustione creativa”, godendo di un gioco simbolico trasformativo, che porti a nuovi orizzonti di senso. Il lavoro con i sogni, in un modello di campo, offre la riscrittura “in progress” da parte di tutti i membri e consente di creare un canovaccio nuovo attraverso un’esperienza emotivamente condivisa.

 Anche la caffettiera allora entra nel campo di gioco: la caffettiera (seduta-contenitore) non ha potuto, durante il lockdown sostare nella mente, dare conforto e trattenere un sollievo per il gruppo, intorno alla quale nutrire la mente. Probabilmente c’è un vissuto di disappunto di malcontento anche verso la terapeuta che non ha offerto ossigeno al gruppo nel momento dell’emergenza-covid, e il dolore ora viene agito con pensieri maniacali (dal desiderio di lasciare il posto ai figli, alla fantasia di una squadra che riceva il massimo successo). La terapeuta diviene depositaria del desiderio di una cura che seppellisca il virus e renda sopportabile il lavoro in una forma accettabile, già quotidianamente urgente in questo reparto. 

La conversazione si sposta sulla differenza tra solitudine ed isolamento, come quello dei mesi trascorsi dove l’isolamento radicale ha generato disintegrazioni nelle personalità già fragili della popolazione. 

Allora la stanza, lo stanzino, la caffettiera, la tazzina-caffè diventano sempre più bisogno di un contenitore che permetta di occuparsi delle emozioni che ingolfano il quotidiano, che non opprima con l’isolamento ma che favorisca il raccogliersi, lo stare insieme senza correre a fare, ad intervenire. 

Mi richiama alla mente ciò che scrive T. Ogden (2008):

” Questi pensieri non pensati (inelaborati, elementi β) sono trasformati dalla “funzione alfa” (un insieme di operazioni mentali per ora sconosciuti) in elementi dell’esperienza (“elementi α”) che possono essere collegati nel processo di sognare, pensare e ricordare”.

Un’infermiera racconta che anche in questa città si sta diffondendo l’abitudine del “caffè sospeso” un caffè pagato a chi non può permetterselo, come è tipico in una città del Sud. “Resta sospeso anche il sapere a chi è andato! E’ un dono libero senza offendere chi non se lo può permettere.”

Accenno al fatto che la sospensione ha toccato molti in modo negativo, qualcuno ha avuto persone contagiate e qualcuno ha perso dei parenti; ma che la sospensione, come quella nello stanzino, aiuta a ricominciare. E si può provare il piacere di riflettere stando insieme tanto da poter farne dono, come il caffè sospeso. 

Non so se e quanto sia riuscita ad operare una trasformazione-evolutiva (e non un’interpretazione tradizionale) assimilata e restituita alla mente di questo gruppo, ma credo che sia stato possibile attraverso la “placenta gruppale” condividere esperienze emotive (dalla paura alla rabbia ed altre ancora) che hanno alimentato la capacità onirica delle menti nella veglia, divenendo depositarie di una speranza: che l’incontro con l’altro sia capace di trasformare la minaccia di essere sopraffatti dal dolore in una rinnovata intensità della vita del presente, perché il dolore che può essere esplicitato può essere più facilmente tollerato! 

E concludo citando chi ha riflettuto prima più di me “Vivere è la cosa più rara al mondo. Molta parte della gente esiste, ecco tutto”. (O.Wilde) A noi l’opportunità di lavorare con vitalità.

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