Processo terapeutico e narrazione nel lavoro con i genitori di una preadolescente

Svolgo la mia attività in un Servizio di Neuropsichiatria infantile dell’Azienda Sanitaria Locale di Reggio Emilia una città vicino Bologna. Questo è un centro di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescente del Servizio Sanitario Pubblico, ove accedono minori di età compresa tra gli 0 ed i 18 anni affetti da diverse patologie (neuromotorie, cognitive ed psico-relazionali).

 Già S. Freud (1892-95) e S. Ferenczi avevano sottolineato come il disturbo psichico derivi dal lasciare fuori dalla mente le esperienze che hanno inciso sul paziente, e poiché non hanno potuto essere rammentate e “significate”, queste ricadono sul corpo e sulla mente come ingombri pesanti, dolorosi ed insostenibili. Esperienze che non hanno potuto essere ascoltate, e per Serafina, di 10 anni, la comparsa dei segnali della pubertà mobilita l’urgenza di elaborare conflitti ed angosce arcaiche che trovano posto solo nella tricotillomania o nel depositare i capelli lontano dal suo capo, strappandoli. E’sui capelli che si è andata a concentrare tutta una serie di paure, già presenti precedentemente, riguardanti l’integrità del suo sé. Tale sintomo si rivelerà presto essere difensivo nei confronti delle pulsioni libidiche, non sufficientemente alimentate durante l’infanzia dalla seduzione materna. E’ mancata la seduzione narcisistica e la sua opera vivificante da parte della madre verso la bimba, non essendo stata allattata né accudita durante i primi anni. 

 Questo quadro patologico si  manifesta  quando Serafina richiede nuovamente alla madre una vicinanza,una partecipazione emotiva che le permetta di orientarsi verso la nuova nascita, quella sociale e dell’identità adulta. 

Si manifesta questo sintomo quando Serafina non è riconosciuta nella sua differenza, ma utilizzata per placare conflitti e bisogni familiari, sebbene i genitori durante la consultazione chiedano solo di sistemare Serafina come se fosse un’automobile; un pezzo di un ingranaggio che può essere rimesso in movimento nel giro di breve tempo, dando l’idea che la consultazione  diventi  una sorta di sosta forzata ai box meccanici della mente.

Durante i colloqui anamnestici viene riferito un disturbo della condotta alimentare di Wilma, la madre, e numerosi eventi luttuosi accaduti durante l’infanzia del padre. Registro anche una difficoltà da parte loro a rammentare i dati dello sviluppo della bambina, scorrono via come se non si fossero goduti la crescita della figlia, e durante i colloqui avverto una sorta di atteggiamento fusionale di Gianni verso la figlia relativo ai risultati scolastici eccellenti degli ultimi anni .

I genitori hanno consultato da tempo alcuni professionisti privati e pubblici della provincia sia per l’intensità del sintomo di Serafina, sia per una grave obesità della sorella maggiore, ma non hanno mai stipulato un contratto terapeutico con alcuno, in quanto questi trattamenti richiedevano, a loro dire, tempi insostenibili per la loro organizzazione familiare. Entrambi i genitori lavorano fuori casa presso fabbriche non molto distanti dal paese ove vivono.

E’ stato necessario modulare la proposta terapeutica per permettere loro di metabolizzare il tempo della domanda di aiuto,tempo necessario anche dentro al lavoro clinico per accogliere le difese e la vergogna relativa all’esporsi all’altro -al partner, alla terapeuta – su temi tenuti “nascosti” nella mente del singolo, dentro  la propria mente, come dirà più avanti  il padre, per il timore di avvertire, parlandone, una vergogna, una solitudine ed un vuoto intollerabile.

  I genitori paiono non riuscire ad andare oltre il sintomo e a proposito dei capelli di Serafina dicono “i capelli sono capelli, insomma dei fili, è solo vedendoli a terra che diventano delle matasse che si ingarbugliano”.

L’ascolto della sofferenza dei genitori relativa ai sintomi di Serafina e dei tentativi di soluzioni tera-peutiche precedenti mi hanno permesso di stabilire un piano terapeutico di doppio assetto per poter accogliere, elaborare, bonificare elementi significativi della patologia presente nella coppia genitoriale e nella coppia madre/bambina. 

 La proposta terapeutica  mobilita una grande preoccupazione ma riattiva anche una domanda di aiuto rimasta sin qui inascoltata, che  la mamma definisce con la frase “adesso siamo di nuovo ad un punto di partenza: stiamo o andiamo?” Stare, permanere, fissarsi in una condizione di dipendenza da precedenti relazioni patologiche con i loro genitori, o andare incontro ad un’ansia di separazione che è vissuta come abbandono e vuoto terrificante, che riapre le angosce del periodo anoressico della signora e del lutto per la morte della madre di Gianni, avvenuta quando egli aveva 18 mesi e che ha potuto trovare nella sorella Gloria, di 10 anni più grande di lui, solo un sostituto parziale.

Il  ricordare eventi relativi all’infanzia e all’adolescenza  ha permesso loro di sperimentare un contenimento  che lentamente li ha sostenuti, disponendoli alla ricerca  di come  aiutare Serafina.

L’ascolto del dolore, perché non si trasformi ancora in angoscia anche dei genitori, richiede un comportamento di accudimento terapeutico, in quanto se si attiva l’angoscia, essa non può che acuire il conflitto e compromettere l’efficacia del trattamento  individuale offerto  a Serafina, con un’altra terapeuta.

Il terapeuta che incontra una patologia che si esprime somaticamente dovrebbe attivare un percorso ed una vigilanza emotiva simile a quella che intercorre tra nutrice e lattante. Affinché si instauri una relazione di mutualità tra pazienti  e terapeuta occorre quel tipo particolare di reciprocità che richiama alla mente la situazione dell’allattamento. 

“Nel rapporto di accudimento la capacità della figura di holding di raccontare al bambino delle storie che lo riguardano, sia direttamente che indirettamente, come esempio di vita o fantasia, costituisce un momento essenziale per lo sviluppo del bambino.

Nel racconto il bambino vede, da un lato, una tumultuosa realtà psicologica ed emozionale, assumere una sorta di ordine, di riconoscibilità; dall’altro, la narrazione permette nel bambino un qualche tipo di rispecchiamento. Il bambino vedrebbe un duplicato dell’immagine di Sé, che gli permette di considerare se stesso all’interno di un’osservazione,al tempo stesso né troppo vicina  né troppo distante dalla sua esperienza” (A. Correale, 2004)  

Dopo circa un anno i genitori cominciano faticosamente a parlare dell’esperienza di Serafina e della loro storia personale e spesso la descrizione è piatta concreta impersonale come se mancasse una funzione autoriflessiva, come se anche a Wilma, quando ella era neonata, fosse mancato quello stato mentale da parte della nutrice, che quando compreso, conduce ad un cambiamento dello stato mentale del bambino (D. Vallino) E queste tracce piatte, monotone cominciano ad animarsi nell’ascolto e nella rielaborazione che ne faccio con loro. Diventano storie raccontate a due adulti con bisogni molto primari. 

E le storie permettono al bambino e all’adulto di credere che un lavoro trasformativo della propria esperienza, da materiale grezzo, possa essere elaborato, accedendo alla fiducia circa le possibilità di cambiamento della propria mente.

Dopo anni di terapia Gianni potrà ricordare che rientrando a casa dopo una giornata di lavoro quando Serafina aveva 18 mesi, la trovò rigida ed intirizzita dentro al box in cui giocava. Non sapeva dove fossero i suoceri e la moglie, non riuscì a sollevarla, subito paralizzato dal timore che stesse per morire, “ sapevo che c’era la rete a proteggerla ma io non la vedevo. Allo stesso tempo non avevo slancio per prenderla, muoverla, scaldarla. Non so cosa mi sia capitato” e si permette di piangere come se la perdita avvenuta durante la sua infanzia lo avesse annichilito e vivendone il dolore a distanza di anni.

La madre arriverà a ricordare di aver perduto numerosi animali durante l’infanzia, vissuti e curati in famiglia come se fossero stati figli da parte del padre di Wilma.

Anche il processo di separazione-individuazione dei 2 genitori è ostacolato in quanto le basi narcisistiche erano già compromesse durante l’infanzia di entrambi.

La loro adolescenza è descritta come un periodo durante il quale la solidità del mondo interno è stata messa duramente alla prova, le basi narcisistiche hanno lasciato il posto ad una lunga esperienza  di anoressia da parte di Wilma e di un periodo di frequenti lutti per Gianni,  che da lì a poco sarebbe diventato suo marito. Eventi che hanno ostacolato una loro autonomia, se non “posticcia” ed una esperienza di adolescenza rimasta in sospeso.

Rispetto alle fatiche di Serafina commentano “pensavamo non fosse niente” riecheggiando ciò che ricevevamo loro stessi dai genitori quando, in adolescenza, esprimevano una qualche forma di sofferenza.

Gli anni dell’adolescenza sono segnati dal trasferimento di Gianni da un paese del centro Italia al paese prossimo a quello di Wilma. Perderà così i legami con gli zii paterni che hanno aiutato Gianni negli anni di latenza e della preadolescenza.

 Il padre di Gianni, quando abiteranno lontano dai parenti, ripeterà al figlio che le difficoltà che incontrava lui non erano nulla rispetto a quelle della miseria e della paura di morire durante il conflitto bellico che aveva vissuto da ragazzo. Gianni perderà il padre improvvisamente a 21 anni quando ha da poco conosciuto Wilma, e dovrà rientrare frettolosamente dall’estero, informato dell’incidente stradale occorsogli. Non potrà congedarsi da lui perché giungerà quando il padre è già spirato e potrà riconoscerne il dolore quando durante uno dei suoi viaggi, al rientro apprende che Serafina ha corso il rischio di morire mentre in auto si recava a cavalcare con la zia materna.

Scorriamo insieme i ricordi della loro infanzia: nonna materna di Serafina era l’unica figlia femmina della sua famiglia  “mandata a servizio” come ad indicare l’estromissione già da preadolescente dalla propria famiglia, e offerta ad una nuova famiglia di “padroni” ma anche accompagnatori verso la nuova realtà di  persona adulta. Ed é la nonna che si è offerta come oggetto di relazione ribellandosi alla crescita della nipote. Serafina, durante il lungo percorso analitico, descriverà il rapporto di desiderio concreto della nonna di non permettere ad altri l’ingresso nella loro vita relazionale, rinchiusa in un legame che scarta l’accesso ad una dimensione edipica, promuovendo una evoluzione megalomanica che ha avuto il suo epilogo nel legame assoluto potente e grandioso con la cavalla nella pratica sportiva che intraprende ad 8 anni. Una grandiosità narcisistica che pare diventare la sola inconsapevole soluzione a vissuti inconsci di vuoto e di miseria emotiva.

E Wilmasottolinea come la nascita delle figlie non abbia consolidato un’identità personale sufficientemente positiva  ed integrata e la cura che ella poteva fornire aveva una reale distanza emotiva, non poteva occuparsi nella sua mente delle bambine che aveva generato.

Inoltre, la nascita delle bambine obbliga nuovamente i genitori ad oscillare tra permanenza e cambiamento circa la dipendenza dai genitori reali. I nonni materni sono stati coinvolti e molto presenti fin dai primi mesi nel sostenere la crescita delle 2 bambine. La loro casa dista da quella dei genitori di Serafina solo pochi metri, separata da un recinto ed un piccolo orto.

 Ella nasce quando la madre non può offrirsi quale contenitore delle sensazioni della lattante, non può essere quello  “scudo protettivo”(di cui parlano Winnicott e M. Khan) presa com’è dal tamponare, dal chiudere una severa esperienza di anoressia e di depressione ( avviata durante la sua adolescenza). Assistiamo ad uno sconfinamento dei conflitti  dell’ambiente circostante nel mondo interno e nello spazio psichico del bambino, in quanto affiorano angosce relative all’alimentazione delle bimbe e timori che Serafina possa caderle dalle braccia  mentre prova ad allattarla.

Timore che, seppure nel ricordo, assume il carattere della rabbia distruttiva, “le cose possono cadere perché non si tollera più la rabbia”. E’ possibile avvicinare l’ipotesi  che lo strappare i capelli da parte di Serafina sia  un rituale autodistruttivo, che sembra esprimere una sorta di masturbazione e di piacere tattile, che esclude però ogni rapporto con l’altro, ove la percezione di sé si fa tutt’uno con la propria fragilità, ricalcando lo stile autoconsolatorio che ella manifestava nei primi mesi di vita. 

Dal canto suo, Gianni già frustrato per l’incapacità di stare al fianco della moglie quando era nata la primogenita; quando sta per nascere Serafina, si allontana difensivamente per impegni di lavoro che non gli  permettono di salvaguardare l’area di un rapporto originario con la neonata, favorendo una disorganizzazione psicosomatica che riduce la mentalizzazione e, che a distanza di anni, conferma il sintomo attuale. Solo quando Serafina scopre la passione per il cavallo, intorno agli 8 anni, si propone come oggetto di appartenenza fusionale, in una intersoggettività indifferenziata, estromettendo i suoceri e la moglie, presa nuovamente dal suo disagio psichico, e sviluppa con la bimba una relazione di oggetto di tipo incestuale, come ben ha descritto P.C. Racamier.

Racamier si raccomanda dal distinguere il puro agito dell’incesto, il cui fantasma è edipico, inconscio e rappresentabile, intrapsichico e simbolizzabile, da quello che è l’equivalente d’incesto o “psiche incestuale” che porta in sé il registro dell’incesto non fantasmizzato, anche se non è fisicamente compiuto. Risultano essere modalità il cui obiettivo è quello di evitare che l’Edipo ed i suoi fantasmi legati alle differenze di sesso e di generazione si instaurino. Altra conseguenza clinica dell’equivalente d’incesto è quello di impedire lo strutturarsi dei limiti tra le generazioni, che diventano intercambiabili e confini privi di investimento.

Nel lungo percorso terapeutico diverrà possibile avvicinare ed affrontare esperienze di lutti inelaborati e portati nel nuovo corpo familiare dalla sofferenza soggettiva dei due genitori, calandosi insieme nella loro unica modalità comune, che era quella della immagine iconica. L’intervento terapeutico ha potuto generare la concezione della pensabilità del dolore, aprendo il cammino ad  1 percorso di simbolizzazione e di pensieri per immagini. Così quella rabbia ingestibile ha potuto essere ascoltata, ed i capelli entrano nella mente dei genitori attraverso l’immagine del gioco della margherita che faceva la madre da ragazzina “m’ama non m’ama” per sperare in una conferma di affetto. “Ciò che mi faceva più male però è che alla fine non avevo più la margherita.” I capelli strappati di Serafina diventano per i genitori delle prove “rabbiose” per cercare l’affetto e le conferme. 

I genitori dopo un lungo percorso terapeutico hanno iniziato ad oscillare tra tematiche di trasgressione e sentimenti di colpa, temono che l’individuazione a questo punto della loro esistenza possa generare conflitti intersoggettivi che,se da un lato possono portare al riconoscimento delle loro istanze di autonomia (superando filiazioni narcisistiche); dall’altro temono che i nonni possano risentirsi,  offendersi, fino a portarli alla morte dopo aver svolto un lungo lavoro di sostegno per le nipoti.

Se è vero che solo agli dei scorre la vita senza dolore… (Eschilo) è pur vero che se il dolore non diventa simbolo non si avanza nel processo di separazione.

Così temi riguardanti  l’oblio e  la memoria, la cura e la conoscenza, il mentale ed somatico, la narrazione e la risignificazione – all’interno di un setting definito, alimentati da funzioni interpretative e di  contenimento – promuovono l’ingresso alle rappresentazioni intrapsichiche.

Serafina non ha avuto accesso, alla nascita, all’oggetto di dipendenza ontologica dalla madre  per giungere alla capacità di simbolizzazione autonoma del proprio lavoro psichico e della propria esperienza personale. E non avrebbe potuto esserlo in quanto già l’adolescenza della madre aveva rivelato un equilibrio instabile.

Per Serafina si avvierà lentamente la costruzione di uno spazio mentale per conoscere una dimensione interna, successiva all’ integrazione sia del Sé che dell’oggetto, favorita da un oggetto reale terapeutico che ha promosso l’ascolto del bisogno di un oggetto materno interno ed un lungo cammino verso il processo di soggettivazione.

Ed i genitori commentando il percorso effettuato sottolineano di essere diventati genitori in terapia, usando una simbologia di nascita e ricordando che solo in terapia si mette al mondo qualcuno senza il partner, nasce quella che è la psiche, e che per nascere ha avuto bisogno di tante parole per potersi spostare dalla mente verso il corpo e viceversa, consentendo una libertà delle 2 dimensioni.

“Adesso cominciamo a ragionare ognuno con la propria testa e possiamo sentire di stare insieme senza confonderci e litigare”

Bibliografia

Correale, A.  “La narrazione in psichiatria”  in Psicoterapia Psicoanalitica  2/2004 Borla Editore

Correale A. “Dall’empatia all’immaginazione empatica” Quaderni Koinos XVI, 2

Cramer PalacioEspacia, B. “Le psicoterapie madre-bambino”  Masson 1994

Freud, S.(1892-95)    “Studi sull’isteria”            in Opere          O.S.F.  vol. 1

Freud, S. (1910)      ”I disturbi visivi psicogeni  nell’interpretazione psicoanalitica” O.S.F. vol. 6

Freud S. (1914) “Ricordare, ripetere ed elaborare”  in Opere    O.S.F.  vol. 7

Ferenczi S. (1932)  “Diario clinico”          Cortina Editore

Gaddini (1980-82) “Note sul problema mente corpo ed il Sé in psicoanalisi” Cortina Editore

Levi G. (1990) “Depressione in età evolutiva” in  Volti dell’ansia    Pensiero Scientifico

Sandler e Joffe (1965)  Ricerca in psicoanalisi Note sul dolore I volume

Condividi questo articolo su LinkedIn

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *